
Si è conclusa la Direzione Nazionale del PD con l'approvazione di un documento (
scaricabile in allegato nella colonna a destra)
che ha ripreso la relaizone del segretario del PD, Walter Veltroni, che
stamani ha aperto la riunione. Il documento finale della Direzione
nazionale del Pd è stato approvato con un solo voto contrario e pochi
astenuti.
Il documento presentato da Marco Follini ha avuto un
solo voto a favore, mentre quello presentato da 12 membri della
Direzione tra cui Bachelet, Sofri e Adinolfi è stato respinto a
larghissima maggioranza.
Pubblichiamo la sintesi della relazione del segretario (
qui è disponibile il testo integrale).
La crisi economica, la moderna e inaccettabile diseguaglianza sociale.Disuguaglianza sociale. Il dramma più grande che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole.
Disuguaglianza sociale. E’ questa la grande, moderna questione che si pone, oggi, di fronte a noi.
Colpevole
non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante,
sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire
risposte a questa realtà.
La crisi finanziaria, esplosa nei
mesi scorsi, è diventata recessione economica e sta colpendo con
durezza la vita delle persone, delle famiglie, delle imprese.
Nel
terzo trimestre di quest’anno il Pil è sceso dello 0,9 per cento.
L’Istat ci dice che il tasso di disoccupazione è arrivato al 6,1 per
cento e Confindustria stima che arriverà all’8,4 per cento nel 2009.
Settori cruciali del nostro apparato produttivo conoscono riduzioni di
ordinativi nell’ordine del 30 per cento rispetto allo scorso anno. La
caduta dei consumi e la stretta creditizia tolgono ossigeno alle
piccole imprese: tre su cinque stanno avendo difficoltà nell’accesso al
credito. Più di 300 mila lavoratori sono già in cassa integrazione: 58
mila in diversi stabilimenti della Fiat, 1.600 nelle sole acciaierie di
Piombino, e soffrono anche distretti forti della nostra economia come
quello delle ceramiche di Sassuolo e quello dell’occhialeria di
Belluno. Sempre Confindustria stima che la crisi distruggerà 600 mila
posti di lavoro.
“Io non renderei note queste cose”, ha detto ieri il Presidente del Consiglio.
Ma
questi non sono solo numeri: sono storie, sono vite, sono famiglie
mortificate e in ginocchio, sono dignità ferite e speranze infrante. E
questa realtà il Presidente del Consiglio non può pensare di
cancellarla agli occhi degli italiani.
Alcuni di voi avranno
letto, su Internet, i racconti dei ragazzi di 5 mila scuole italiane.
Descrivono cos’è la crisi, con gli occhi di un adolescente, mentre la
vita continua, mentre si avvicinano le Feste di Natale. Una di queste
lettere descrive quello che succede in una famiglia normale, semplice,
onesta. Lo sguardo di una ragazza che cade sui suoi genitori, seduti al
tavolo della cucina. Il padre con la testa fra le mani. La madre con lo
sguardo preoccupato che prova a consolarlo. Quelle due parole, “cassa
integrazione”, percepite distintamente.
E il racconto che
prosegue: “papà non sembra consolarsi, dice di essere un fallito,
perché non è riuscito a dare tranquillità e sicurezza alla sua
famiglia. Si sente un fallito, perché ha caricato mamma di mille
preoccupazioni e, nonostante gli sforzi, con quel misero stipendio di
operaio che portava in casa, non si riusciva ad arrivare a fine mese.
Si sente un fallito perché non riesce a dare ai suoi figli un futuro
sereno: non può portarci al cinema o al ristorante, ma neanche
comprarci dei vestiti nuovi o una fetta di carne in più al posto delle
solite verdure. Mamma allora si siede accanto a lui, lo guarda negli
occhi e gli dice determinata e lucida: è lo Stato che ha fallito, non
tu; lo Stato che non riesce a dare benessere ai suoi cittadini e sta
producendo sempre più nuovi poveri”.
Il dramma è questo. La
crisi sta colpendo un Paese fermo e terribilmente diseguale, un Paese
con le infrastrutture in ritardo e senza mobilità sociale, sempre più
diviso fra ricchi e poveri, fra chi paga le tasse e chi no, fra pochi
che per molto tempo hanno tratto vantaggi dalle speculazioni
finanziarie e tanti che anche per effetto dell’avida ingordigia di
questi pochi ora non arrivano alla fine del mese.
Gli operai che
faticano, che troppo spesso rischiano anche la vita per 1.200 euro al
mese e che ora vivono con l’angoscia di arrivare in fabbrica e sapere
che si va tutti a casa perché la produzione si ferma.
I
pensionati che devono calcolare come impiegare quel che resta della
loro pensione dopo aver pagato l’affitto di casa e le bollette e
decidere se eliminare qualcosa quando vanno al supermercato oppure
entrano in farmacia.
I ragazzi che, quando scadono i sei mesi
passati al telefono a quattro o cinque euro l’ora, sanno che nemmeno
verranno avvertiti e “licenziati”, perché semplicemente non verrà loro
rinnovato il contratto: si calcola possano essere mezzo milione, quelli
che alla fine dell’anno saranno in questa condizione.
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Una
crisi da affrontare proprio come ragione d’esistenza del PD, per
Veltroni. Serve lo spirito repubblicano la forte coesione nazionale il
coraggio d’innovazione la capacità di confronto politica e
socio-sindacale ma il governo è impegnato in una campagna elettorale
permanente e gli italiani se ne sono accorti e non vanno a votare.
Ricorda come Chiodi sia stato votato da meno di un quarto degli
elettori.
Delinea la crisi come uno spartiacque: non solo del volto
d’Italia ma della sua fisionomia civile, della sua qualità democratica.
E sottolinea: “Il rischio è ritrovarci in un paese che non conosciamo,
senza berlusconismo , un modello culturale economico politico che volge
al tramonto perché è stato il modo italiano di adattarsi al modello
neoconservatore – mentre -il PD - è nato per abitare il futuro, per
essere la vela del vento democratico che porta il mondo fuori dalla
crisi. Ma nulla può essere scontato, serve una collettiva assunzione di
responsabilità perchè il pd era la sintesi di continuità di culture
politiche che hanno fatto la storia del paese e di innovazione”. E oggi
la crisi economica dà un’alternativa secca e drammatica: Innovazione o
fallimento.
“O il pd salta nel futuro o si lega a un presente
che la crisi precipita nel passato”. Una frase suggestiva ma radicata
nella cronaca di questa settimana: “E’questo l’utlimatum che ci hanno
dato gli abruzzesi, il voto all’IDV è sintomo e non causa del
malessere, è un appello accorato dei nostri elettori”. Tocca le
indagini che hanno costituito l’apertura dei quotidiani: “Il bollettino
quotidiano di indagini sui nostri amministratori racconta al paese un
PD segnato da opacità amministrativa e collusioni col malaffare è un
immagine ingiusta e deformata i ns. I nostri amministratori sono
migliaia, persone per bene, straordinario patrimonio e colpirli è
colpire il buongoverno”. L’etica a volte diventa fatica ma “non si può
ingrandire qualcosa che non c’è, vale il principio costituzionale della
presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva e la magistratura
deve andare avanti in autonomia e indipendenza”. Proprio per questo “la
questione morale è centrale per noi e il nostro elettorato e quando si
affaccia ci dà voglia di reagire, siamo i primo a volere amministratori
ligi alle regole è comunque, per noi, non c’è solo il codice penale.
Per i disonesti non c’è posto nel Partito Democratico. Non possiamo non
vedere come nel nostro partito si siano insinuati stili politici,
metodi di gestione della cosa pubblica, modalità di rapporto con la
società civile e di relazione con la sfera degli interessi privati,
assai diversi da quelli che devono essere nostri.C’è la grande
maggioranza degli amministratori di centrosinistra, che hanno sempre
ispirato la loro condotta a principi di trasparenza, di competenza, di
innovazione e su queste buone pratiche hanno basato la loro popolarità
tra i cittadini.
E tuttavia, da diversi anni a questa parte è
cresciuta, attorno a tutti i partiti, anche un’area grigia e paludosa,
nella quale la trasparenza è diventata opacità, la competenza
professionismo politico e carrierismo arrogante, l’innovazione gestione
cinica di un potere fine a se stesso”.
Rinnovare la politica.
“Un partito ha pochi poteri di intervento punitivo ma tanti di
prevenzione, s organizziamo la vita interna tollerando fenomeni di
malcostume abbassiamo la nostra soglia etica e creiamo le premesse per
violare la legge. Vogliamo agire sul serio anche pagando in termini di
consenso non ho paura di perdere voti se significa combattere
l’inquinamento che ci avvelena, per i disonesti non c’è posto nel PD.
Siamo nati per rinnovare la politica, ridarle dignità e autorevolezza
deve essere la soluzione non il problema. Questo abbiamo detto ai
cittadini italiani. Ai nostri elettori che hanno affollato i seggi
delle primarie il 14 ottobre dell’anno scorso e poi ci hanno
consegnato, pur nella inevitabile sconfitta nella competizione sul
governo, un partito del 33 per cento dei voti, il più grande partito
riformista che l’Italia abbia mai conosciuto. Lo abbiamo detto ai
nostri militanti, che hanno riempito il Circo Massimo il 25 ottobre:
per la prima volta in così tanti, per la prima volta accomunati dalla
stessa bandiera. Così abbiamo detto. E così loro hanno capito.
La crisi economica e il cambiamento.Le
crisi sono fasi di passaggio, dure e dolorose, dalle quali non si esce
mai come si era entrati: nelle forme e nei modi di produzione e di
sviluppo; nei rapporti di forza, sociali e politici; nei modelli
culturali, nella gerarchia dei valori.
Dalla grande crisi del 1929,
si uscì, dopo la Seconda Guerra mondiale, con un grande compromesso tra
capitalismo e democrazia: una crescita trainata dai consumi di una
classe media in espansione, nella quale entrava il mondo del lavoro,
anche operaio; una forte compressione delle disuguaglianze, grazie a
politiche salariali generose e a forti azioni redistributive pubbliche;
la rapida espansione dello Stato sociale.
Trent’anni dopo, negli
anni Settanta, la crisi petrolifera e la stagflazione hanno spinto
l’Occidente a cambiare rotta: forti investimenti in innovazione
tecnologica, che innalzano la produttività tagliando posti di lavoro e
ridimensionando il potere contrattuale dei sindacati; la classe media
si assottiglia, le disuguaglianze tornano ad allargarsi e l’ascensore
sociale si blocca, anche per il ridimensionamento dello Stato sociale.
Viene
teorizzata l’autosufficienza del mercato e si afferma lo strapotere
della finanza sull’economia reale, con gravi conseguenze anche per la
democrazia, costretta a rinunciare a qualunque effettiva sovranità sui
flussi di capitale.
L’economia torna a crescere, ma a prezzo di
gravi squilibri e forti disuguaglianze: negli Stati Uniti, innanzi
tutto, ma anche in una parte dei paesi europei, tra i quali in primo
luogo l’Italia, divenuta in questi anni, dopo gli Usa, il paese più
diseguale dell’Occidente.
Nel mercato globale entrano in campo nuovi
protagonisti. Miliardi di esseri umani, prima esclusi dallo sviluppo,
rivendicano peso e ruolo. Nel nuovo secolo, lo sviluppo si mostra tanto
impetuoso, quanto insostenibile: sul piano globale, per il divario
crescente tra l’indebitamento americano e il surplus asiatico; sul
piano ambientale, per le pesanti conseguenze sul clima del
trasferimento del modello occidentale ai paesi emergenti; sul piano
interno, per l’impoverimento della classe media, in particolare negli
Usa, spinta ad indebitarsi per la casa, la sanità, l’istruzione.
Lo
squilibrio è stato sostenuto, in questa prima fase del Duemila, la
stagione della presidenza di George Bush, dalla “hybris” imperiale
americana, dal suo imporsi come unica iperpotenza globale, dalla sua
pretesa di dettare da sola, in modo unilaterale, con le armi o con il
dollaro, le decisioni riguardanti l’ordine mondiale.
Ma il pantano
iracheno prima e la crisi finanziaria poi, hanno spezzato l’illusione
neo-conservatrice e hanno aperto la via ad una fase nuova, ad un nuovo
paradigma di pensiero, ad una nuova stagione politica.
In questo
contesto, la scelta del popolo americano di affidare le proprie sorti a
Barack Obama è stata una straordinaria prova di saggezza e di
lungimiranza. L’America ha respinto la tentazione della chiusura
difensiva e ha deciso di scommettere sul cambiamento: su un nuovo
multilateralismo nelle relazioni internazionali; e su un nuovo New
Deal, sulla ricostruzione della classe media, su una nuova stagione di
uguaglianza sociale.
Obama, e con lui il Partito democratico, ha
vinto perché ha puntato tutte le sue carte sul cambiamento, sulla
voglia, sul bisogno di innovazione della società americana.
Ora è
atteso dalla dura prova dei fatti. Sarà la storia a dirci se il giovane
presidente afroamericano, come tutto lascia sperare e presumere, sarà
un nuovo Roosevelt, la guida sicura di una fase di cambiamento duraturo
e solido. Per intanto, è toccato a lui aprire simbolicamente una fase
nuova, una “terza fase” dello sviluppo umano contemporaneo.
Il
binomio rappresentato dalla crisi economica e dalla vittoria di Obama
costituisce una formidabile occasione storica per i democratici e i
progressisti di tutto il mondo e quindi anche per noi italiani.
Nessuno
di noi ha mai pensato che la vittoria democratica negli Stati Uniti
fosse una nostra vittoria, ma abbiamo colto in quel risultato una
straordinaria opportunità e anche una lezione, da apprendere e da
meditare.
Grazie alla crisi economica e al suo programma innovativo,
Obama è riuscito a cambiare in profondità i rapporti di forza politici
nella società americana, riportando i Democratici al primato sia alla
Casa Bianca che al Campidoglio, dopo una lunga stagione di predominio
repubblicano, solo attenuato con la presidenza Clinton.
Se ciò è
stato possibile, è perché la crisi economica ha riportato in primo
piano il conflitto sociale, negli anni di egemonia repubblicana messo
in secondo piano dall’uso ideologico delle questioni inerenti la razza,
i valori tradizionali, la sicurezza interna ed esterna.
La vocazione maggioritaria.Questa
è del resto per noi la “vocazione maggioritaria”. Non la presunzione
boriosa dell’autosufficienza, né la ricerca della solitudine, ma la
convinzione che i rapporti di forza elettorali, anche nella società
italiana, non sono un destino ineluttabile, ma possono essere
modificati, anche in profondità, se cambia l’offerta politica,
attraverso l’innovazione della proposta che rivolgiamo al Paese.
Non
è vero, non è mai stato vero, che la società italiana è “di destra” e
pertanto ai riformisti, ai democratici, non resta che compensare, con
la manovra politica, con il gioco delle alleanze, la loro insuperabile
minorità.
Il Partito democratico è nato sulla base del presupposto
contrario. Una profonda innovazione politica e programmatica può
cambiare, anche significativamente, l’orientamento elettorale degli
italiani.
Noi vogliamo far diventare il PD, alle prossime elezioni
politiche, il primo partito italiano. Vogliamo conquistare alla destra
una parte dei suoi consensi, costruendo una grande alleanza nella
società italiana, un'alleanza con il Paese.
E’ un cammino lungo e
faticoso, quello che ci attende. Un cammino che chiede a ciascuno di
noi generosità, pazienza, tenacia. E anche una certa dose di disciplina
interiore. Ma è l’unico all’altezza delle ragioni storiche che hanno
portato alla fondazione del PD. E soprattutto, l’unico adeguato alle
necessità dell'Italia.
Lungo il cammino, costruiremo le necessarie
alleanze politiche. Mai più alleanze lunghe, eterogenee, costruite
“contro” l’avversario e poi incapaci di governare. Questa stagione
l’abbiamo chiusa con coraggio noi, l’ha chiusa il PD per sempre e il
Paese non ha nessuna intenzione di farsi riportare indietro.
E
neppure dobbiamo nutrire nostalgia della stagione dell’alleanza tra
partiti “di sinistra” e partiti “di centro”. Non solo è un progetto
incompatibile col Partito Democratico, che è un partito di
centrosinistra. Soprattutto, è un progetto anacronistico, che considera
immutabile uno schema novecentesco che tutt’al più può sopravvivere a
se stesso, ma che certo non è in grado di esprimere alcuna potenzialità
innovativa.
Non c’è, da parte nostra, alcuna illusione di poter fare
tutto da soli. Ma le alleanze nuove che costruiremo saranno alleanze
per l’innovazione e il cambiamento, affidabili sul piano della tenuta
alla prova di governo. E saranno possibili solo se il Partito
Democratico saprà dimostrare capacità espansive, solo se noi non
delegheremo a nessuno il compito, che è innanzi tutto nostro, di
modificare i rapporti di forza politici nella società italiana,
attraverso la messa in campo di una proposta innovativa e credibile.
E'
qui il punto di debolezza dell'Italia dei Valori, che alimenta
costantemente una polemica nei nostri confronti ma non si cimenta,
parlando di lavoro, di scuola o di immigrazione, con le sfide
dell'innovazione riformista.
Sento dire che dovremmo rompere con Di
Pietro. Posso solo far presente che già per tre volte in questi mesi,
abbiamo esplicitato nel modo più chiaro che in Italia ci sono modi
diversi di intendere e di fare l’opposizione: subito dopo il voto di
aprile, quando Di Pietro ha stracciato gli accordi presi prima delle
elezioni sul gruppo unico, quando noi non abbiamo partecipato alla
manifestazione di Piazza Navona e infine con una mia dichiarazione che
è stata titolo di apertura dei giornali.
Ciò non significa che a
livello locale non si possano trovare, come accade e accadrà con l’Udc
e la sinistra radicale, delle convergenze su programmi e buona
amministrazione.
E comunque vorrei ricordare, per la memoria, che
con lo stesso Di Pietro che oggi fa un’opposizione diversa dalla
nostra, abbiamo condiviso un’esperienza di governo, e con non poche
contraddizioni.
E’ giusto fare, forse, un ragionamento di fase.
Silvio Berlusconi è da quindici anni al potere. Otto come capo di
governo, sette come capo dell’opposizione. E’ l’uomo politico più
“longevo” dell’ultimo trentennio di storia italiana. E’ evidente che il
Paese si trova nelle condizioni in cui è, sua è una parte molto grande
di responsabilità.
Ed è altrettanto evidente che se l’Italia sta
così è anche perché le è mancata una vera e coerente stagione
riformista. Il nostro Paese non ha conosciuto stagioni paragonabili a
quella che la Gran Bretagna ha avuto con Tony Blair o per il verso
opposto da Margaret Thatcher, non ha mai goduto dei benefici di quei
cicli lunghi di governo che producono ventate creative e innovatrici,
che dinamizzano e modernizzano una comunità nazionale.
Due volte si
sono aperte possibilità di questo tipo: con il primo centrosinistra e
con il primo governo Prodi, ma entrambe queste esperienze si sono
interrotte bruscamente.
Berlusconi ha dimostrato e continua a
dimostrare di non essere all’altezza di questa sfida. Noi dobbiamo
esserlo. Tutte le nostre energie, intellettuali, morali, politiche,
organizzative, devono essere messe al servizio di questo compito
storico, allo stesso tempo arduo e affascinante.
Lo spirito del Lingotto, l’innovazione: 5 proposte.1
– Primo: una politica di bilancio espansiva, subito, adesso. La crisi
va affrontata dando una risposta efficace a chi perde il lavoro, alle
famiglie che non arrivano alla fine del mese e alle imprese che
soffrono. Ed è questo l’unico modo per farlo.
Tutti i governi
stanno facendo così. Tutti meno uno: il governo Berlusconi, in Italia.
Che si ostina a ripetere che non c’è bisogno di modificare il decreto
di luglio. Il Pil cade, la produzione industriale crolla, aumenta la
disoccupazione, gli italiani stringono la cinghia e riducono i consumi,
ma tutto quel che c’era da decidere è già stato deciso a luglio e ora
bisogna lasciare perfettamente inalterati i saldi di finanza pubblica.
Non
si può fare diversamente, dicono gli stessi neofiti del rigore che tra
il 2001 e il 2006 hanno aumentato di due punti e mezzo di Pil la spesa
corrente primaria e che ora hanno appena buttato 3 miliardi e mezzo di
euro nell’azzeramento dell’Ici anche per i contribuenti più agiati e
altri 3 miliardi nel pasticcio Alitalia.
E invece si può e si deve
cambiare, bisogna avere il coraggio di innovare. I problemi dell’Italia
sono profondi, non nascono con la crisi. L’Italia non deve solo
resistere alla recessione, deve tornare a crescere.
Nessuno meglio
di noi sa che la stabilità dei conti pubblici è un valore. Siamo stati
noi a risanarli e a portare l’Italia da subito in Europa, quando altri
pensavano solo ad alimentare uno sterile euroscetticismo. E’ stato il
primo governo Prodi, è stato un ministro del Tesoro come Carlo Azeglio
Ciampi.
Ma se è in corso una recessione, l’unico modo per tenere
in ordine i conti pubblici in prospettiva è quello di sostenere la
crescita, e dunque di aumentare ora la spesa pubblica, avviando
contemporaneamente, subito, quegli interventi di riqualificazione della
spesa che porteranno domani ad una sua riduzione. Sostenere ora il Pil
richiede anche la ripresa delle liberalizzazioni e di azioni coerenti
di politica industriale; tenere i conti in ordine impone di tornare a
contrastare l’evasione. Solo così potremo davvero non compromettere la
stabilità di lungo periodo della finanza pubblica.
Ecco la nostra
proposta: per il 2009 si sostengano le famiglie, i lavoratori e le
imprese con misure pari a un punto di Pil, pari a 16 miliardi di euro.
Proponiamo
di ridurre la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni,
a partire dai livelli medio-bassi: 7-800 euro l’anno in più per chi ha
fino a poco più di mille euro al mese. Una misura non una-tantum, ma
permanente, in grado di dare un sollievo duraturo e di contribuire a
rilanciare i consumi.
Questo serve, anche alle nostre imprese.
Alle quali lo Stato deve garantire un sostegno per accedere a tutto il
credito di cui hanno bisogno e l’immediato pagamento per i beni e
servizi che devono arrivare dalla Pubblica Amministrazione. Tempi
certi: quando si ha a che fare con lo Stato, per le imprese, come per i
cittadini, questo deve essere un diritto, non solo un dovere.
Proponiamo
poi una riduzione del prelievo Irpef sulla quota di salario da
contrattazione di secondo livello, in modo da favorire la crescita
della produttività e la sua equa redistribuzione. E proponiamo una
riduzione del prelievo Irpef sulle lavoratrici, dipendenti e autonome,
con figli. A parità di reddito, di prestazione di lavoro, di settore di
attività, il lavoro di una donna con figli deve essere fiscalmente
agevolato, e costare meno all'impresa, rispetto a quello di un
lavoratore maschio.
Le ragioni sono evidenti: se in famiglia
lavora anche la donna, ci sono spese per servizi di cura che altrimenti
non ci sarebbero. E se incentiviamo l’occupazione femminile, tutto il
sistema ne trae giovamento, perché la più grande risorsa per lo
sviluppo e la mobilità sociale è quella, oggi sottoutilizzata,
rappresentata delle donne.
C’è un’evidente, fortissima connessione
tra queste proposte in tema di trattamento fiscale del reddito delle
lavoratrici e quella che abbiamo chiamato la “dote fiscale dei figli”:
un robusto aiuto alle famiglie che traduce in italiano, senza
disincentivare il lavoro femminile, la soluzione francese del
“quoziente familiare”.
Questo deciso riorientamento “al femminile”
del sistema fiscale e di welfare può essere finanziato, almeno in
parte, attraverso il graduale e flessibile superamento dell’attuale
differenza dell’età di accesso alla pensione tra uomini e donne: una
questione difficilmente eludibile, dopo la sentenza della Corte europea
di giustizia, che l’ha definita come una discriminazione contro le
donne.
La nostra proposta – al contrario di quella del Governo, che
si limita a prendere atto della sentenza per fare cassa – intende
utilizzare tutte le risorse liberate, per rafforzare il sostegno
pubblico alle donne stesse, favorendo ogni pratica di conciliazione e
concentrando le risorse nella fase della loro vita nella quale ne hanno
più bisogno, quella del triplo impegno: della maternità, del lavoro di
cura e del lavoro di mercato.
E se c’è da affrontare un grande forzo
per sostenere lo sviluppo e il tenore di vita della classe media e del
mondo del lavoro, è giusto, ad esempio, chiedere un contributo
straordinario di solidarietà a chi, manager e non solo, ha redditi
superiori ad un milione di euro.
E’ venuto il tempo di cominciare a redistribuire davvero, da chi ha troppo verso chi ha poco.
2 – Seconda grande innovazione: un nuovo sistema universale di ammortizzatori sociali.
E’
una innovazione che risponde concretamente al dramma di milioni di
milioni di persone, donne e giovani su tutti, e che dà il segno di
quanto sia profonda la rottura col passato rappresentata dal riformismo
del Partito Democratico.
Per i lavoratori che sono tutelati dalla
Cassa integrazione, questo è un periodo difficilissimo, pieno di
preoccupazioni sul futuro loro e dell’azienda. Per tutti gli altri, è
anche peggio. Per loro, la perdita del lavoro è subito perdita di tutto
il reddito.
Innovazione, per noi, significa allora superare
quell’inaccettabile dualismo nel mercato del lavoro per il quale ci
sono lavoratori che hanno tutele e garanzie e altri che ne hanno di
meno o non ne hanno affatto.
E’ come se all’Italia mancasse un
intero pilastro dello Stato sociale. Se in America manca la sanità
pubblica, a noi manca la tutela del reddito in caso di perdita del
lavoro. Invece della flexicurity europea, nel nostro Paese, per quasi
metà dei lavoratori c’è il massimo di flessibilità, senza alcuna
sicurezza.
Innovazione, per noi, significa un sistema capace di
sostenere tutti i lavoratori, al di là del contratto, del settore e
delle dimensioni dell’impresa nella quale operano, nel momento in cui
ne hanno bisogno. Uniche condizioni: l’impegno per la riqualificazione
professionale e la disponibilità ad accettare un nuovo lavoro.
Proponiamo
un sussidio unico di disoccupazione, che sostituisca gli attuali
istituti, che sia della durata massima di due anni, che sia finanziato
in via assicurativa e sia strettamente collegato a politiche di
formazione, di riqualificazione e reimpiego.
Accanto a questo,
proponiamo l’introduzione di un reddito minimo garantito, che contrasti
la povertà anche tra chi lavora solo per brevi periodi di tempo o tra
chi non ha un lavoro da molto tempo. Un istituto di welfare universale
che esiste in quasi tutti i paesi europei e che costituisce il
completamento degli istituti di tutela del reddito.
Non si tratta,
ovviamente, di togliere qualcosa a chi le tutele le ha. Si tratta di
dare a chi non ha. Si tratta di costruire un percorso di inserimento
nel mondo del lavoro che sia associato a un sistema di tutele e
garanzie.
Noi pensiamo a milioni di giovani, pensiamo alla loro
vita, alle loro aspettative, alla loro frustrazione e alle loro
speranze. Ieri c’era la mortificazione dei braccianti col cappello in
mano, c’era l’alienazione della catena di montaggio. La precarietà
senza futuro è il volto assunto oggi dallo sfruttamento. Il nostro
riformismo non può chiudere gli occhi di fronte all’eterno susseguirsi
di lavori precari che non conducono a nulla, di fronte
all’inaccettabile prodursi di “vite di scarto”, condizione comune di
milioni di persone.
E’ questo il contesto nel quale si può
cominciare a pensare e a discutere apertamente, e certo è chiara a
tutti voi la radicalità di questa possibile innovazione, della
sperimentazione di un contratto unico, a tempo indeterminato, con
tutela crescente nel tempo e con un ben organizzato sistema di premi e
penalizzazioni per l’azienda, volto a favorire il consolidamento e la
stabilità dei rapporti di lavoro.
Innovazione: di questo ha bisogno, come se fosse aria, il nostro Paese. Innovazione per costruire maggiore giustizia sociale.
3
– Terza innovazione radicale: fare dell’ambiente, della lotta ai
mutamenti climatici, delle politiche energetiche, una delle chiavi per
uscire dalla crisi.
Forse la prima delle chiavi. Lo ha capito
Barack Obama, che ha annunciato, per rilanciare l’economia americana,
un piano di 150 miliardi di dollari in risparmio energetico e fonti
rinnovabili, per creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro.
Una
“rivoluzione verde”, una “terza fase” della rivoluzione industriale,
che nasca da una nuova etica della responsabilità e che poggi, per
quanto riguarda l’Italia, sulle straordinarie carte che il nostro Paese
potrebbe giocare.
La “rottamazione” del petrolio, la fine della
dipendenza dai combustibili fossili, gli investimenti sulle fonti
rinnovabili: questa è la strada.
Il governo Berlusconi dimostra di
non saperla e volerla prendere. Non comprende, proprio non comprende,
che spendere, in campo ambientale, significa investire sul futuro. Ha
distrutto, con un insieme di correttivi devastanti per i cittadini e
per le imprese, gli incentivi al risparmio energetico per le abitazioni
introdotti dal governo Prodi. Si è nascosto dietro alla comprensibile
preoccupazione dei settori produttivi più esposti ai venti della crisi
per cercare inutilmente di mascherare il suo ennesimo
“euroscetticismo”: questa volta sugli obiettivi del 20-20-20 per le
fonti rinnovabili, il taglio di emissioni di CO2 e l’efficienza
energetica.
Noi proponiamo che l’Italia imbocchi con decisione la
strada dell’innovazione, della ricerca, della diffusione delle fonti
rinnovabili. Si devono moltiplicare, e non eliminare, gli incentivi per
le famiglie e per molti settori della nostra impresa che vogliono
entrare o già si muovono in questo campo. Un campo vasto e fertile, che
ha confini larghi. Penso ad esempio agli elettrodomestici,
all’illuminotecnica, alla modernizzazione delle tecnologie per
l’edilizia. Penso al settore dell’auto, e nel complesso a quanto si può
fare per un eco-ricambio del parco circolante a livello di mezzi sia
privati che pubblici.
4 – Quarta sfida di innovazione: una radicale e condivisa riforma della scuola, dell’università e della ricerca.
E’
bene che dal governo ci sia stato un netto passo indietro da parte del
governo, anche grazie al nostro ruolo e alle migliori ragioni avanzate
da un movimento civile che ha coinvolto genitori, ragazzi e insegnanti.
I tagli però restano, mentre gli altri paesi europei proprio qui fanno
grandi investimenti. E con i tagli restano la nostra preoccupazione e
le nostre critiche. Insieme ad una consapevolezza che non ci ha mai
abbandonato: scuola, università e ricerca non vanno bene così come
sono, ma hanno appunto bisogno di innovazione.
Nella scuola e nell’università è il cambiamento, e non la conservazione, la frontiera dei riformisti.
Selezione e valutazione, questi sono i principi che ispirano le nostre proposte.
Senza
selezione e valutazione, senza merito, i migliori finiscono per
risultare sempre gli stessi: quelli con famiglie facoltose alle spalle,
quelli con i contatti giusti, e magari quelli disposti a qualche
compromesso di troppo con la propria coscienza.
C’è un muro di
conservazione che va rotto, abbattuto. Proponiamo che l’Italia si doti
di un sistema di valutazione, nazionale e standardizzato, dei livelli
di apprendimento degli studenti di elementari, medie e superiori. Solo
con un grande esame su scala nazionale, gestito da valutatori esterni
alle scuole e corretto in modo centralizzato, si potrà poi perseguire
efficacemente il duplice obiettivo di premiare i capaci e i meritevoli
e di individuare gli studenti, gli insegnanti, le scuole in difficoltà,
con lo scopo di aiutarli. Solo così si potrà valutare il contributo
netto di ogni scuola e di ogni docente sui risultati degli studenti,
tenendo conto della qualità in entrata e delle condizioni
socio-economiche delle famiglie. E sulla base di obiettivi chiari e di
una reale autonomia, sarà finalmente possibile indirizzare le risorse
verso le realtà che lo meritano.
L’autonomia è la condizione per
dare fiducia ai giovani. E’ forse venuto il momento di discutere se non
si debba investire con più coraggio sulla consapevolezza dei ragazzi di
sedici anni, che devono poter partecipare con le loro scelte alla
definizione del loro piano di studi. Noi dobbiamo, dentro gli ambiti
formativi definiti, permettere che i giovani seguano le loro passioni e
i loro interessi, responsabilizzandoli costantemente. Dobbiamo
investire su di loro, avere cura e attenzione per il grande tema della
condizione sociale e psicologica dei ragazzi italiani. E a questo
proposito, è giunto il momento di riconoscere ai ragazzi di sedici anni
il diritto di voto alle amministrative. Responsabilizzazione, questa è
la chiave, perché oggi si smette di essere bambini e si diventa giovani
molto prima di un tempo.
Autonomia e valutazione, anche per
l’università: proponiamo una valutazione periodica di università e
dipartimenti, attraverso gruppi di esperti, anche internazionali, che
giudichino la qualità della ricerca e delle pubblicazioni. Sulla base
di queste valutazioni sarà assegnata ai migliori una parte cospicua
delle risorse.
Il ministro Gelmini, facendo anche qui un passo
indietro, ha annunciato l’obiettivo di portare al 30%, nel medio
periodo, la quota di finanziamento delle università pubbliche basata
sulla valutazione della ricerca. Bene. Lo si faccia davvero e con
rapidità, con criteri davvero rigorosi e in modo indipendente. Di più:
lo si faccia privilegiando il migliore 25% dei dipartimenti di ogni
settore disciplinare.
E’ un circolo virtuoso, che si deve
innescare. Premiare le migliori università porta le università a
puntare sui migliori. E così, al di là delle regole che verranno scelte
per i concorsi universitari, si potrà sperare di ridurre al minimo i
problemi di localismo, clientelismo o nepotismo.
5 – Quinta grande innovazione: mettere finalmente sui giusti binari le politiche per il Mezzogiorno.
Le
politiche del governo Berlusconi stanno letteralmente saccheggiando le
risorse dedicate al Sud e puntano a riproporre, al posto della buona
pratica degli incentivi automatici, l’intermediazione della politica
locale e nazionale. Le cifre sono impressionanti: nel 2009, a fronte di
6 miliardi originariamente appostati nel Fondo per le Aree
Sottoutilizzate, le effettive disponibilità sono state dimezzate per
finanziare spese di parte corrente, che trovano i loro destinatari
prevalentemente al centro-nord. E ancora prima era stato cancellato il
credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno.
Ci vogliono
risorse aggiuntive e ci vuole una coraggiosa battaglia per la legalità.
Non si può lasciar solo quel vasto movimento di imprenditori,
artigiani, commercianti del Sud che si battono contro il pizzo e le
estorsioni delle mafie e hanno bisogno di buona politica come dell’aria
da respirare. Della politica che dà certezze e non dispensa favori.
Due,
per noi, sono le strade da seguire per battere l’ideologia della
dipendenza e promuovere la cultura della legalità e l’etica della
responsabilità, senza le quali il Mezzogiorno non potrà mai diventare
quella risorsa per il Paese e innanzi tutto per se stesso che oggi non
riesce ad essere.
Proponiamo di concentrare i fondi destinati al
Mezzogiorno su pochi grandi obiettivi di carattere infrastrutturale e
sovraregionale, a cominciare dalla mobilità e dalle grandi reti
idriche.
Proponiamo di prevedere una sorta di “vincolo esterno”
nazionale, che promuova l’utilizzo ottimale delle risorse pubbliche
ordinarie, per una progressiva qualificazione dei servizi pubblici e
una progressiva riduzione delle spese di autorganizzazione della
pubblica amministrazione.
E’ esattamente per questi motivi che il
Mezzogiorno non deve temere l’ondata di responsabilità derivante da un
federalismo ben pensato: fondato sui criteri di vera autonomia
impositiva, solidarietà collettiva e non bilaterale, riferimento ai
costi standard e non ai costi storici. Ed è proprio in nome
dell’interesse del Mezzogiorno e non solo delle legittime aspirazioni
delle aree forti del Nord, che abbiamo deciso di presentare in Senato
un nostro organico disegno di legge sull’attuazione dell’articolo 119
della Costituzione e di aprire, a partire da esso, un confronto serrato
con la maggioranza.
Le riforme.1.
Riduzione dei costi della politica e delle imprese pubbliche. Senato come Camera delle Regioni, anche ripartendo dal pacchetto Violante.
2.
Legge elettorale.Dal
nostro punto di vista, le preferenze non sono la soluzione ideale,
anche se è preferibile che siano mantenute laddove, come per le
elezioni europee, altre soluzioni sono di fatto precluse. In tema di
europee, continuo a pensare che si debba trovare un equilibrio nel
senso della difesa delle preferenze e dell’introduzione di una soglia
di sbarramento per evitare la frammentazione. La strada maestra, almeno
per quanto riguarda l’elezione del Parlamento, è comunque il ritorno al
collegio uninominale, nel quadro di un sistema che, come avviene
nell’esperienza francese, spinga ad aggregazioni tra forze omogenee e
consenta agli elettori di scegliere da chi vogliono essere governati.
3.
Giustizia.
quello che sta accadendo con le inchieste della magistratura sulla
politica, lo ripeto, non fa cambiare la nostra posizione, né in un
senso né nell’altro. Il ministro ombra Tenaglia ha presentato al
governo un pacchetto di proposte elaborato nel corso di una riuscita
conferenza nazionale del PD. Sono proposte ispirate ad una maggiore
efficienza della macchina processuale, soprattutto nei confronti dei
cittadini e delle imprese. Proposte concrete e innovative. Penso solo
al problema della lentezza della giustizia. Abbiamo detto: valutazione
sistematica, benchmark, responsabilità. Quanto guadagnerebbe, in
civiltà e in crescita economica, il nostro sistema economico e sociale,
se tutti ti tribunali d’Italia funzionassero coi tempi del Tribunale di
Torino? Se si è riusciti a Torino, perché non si può riuscire altrove?
Proposte concrete e innovative. Come quando in campagna elettorale
presentammo una proposta sulle intercettazioni telefoniche che
prevedeva che i magistrati possano avvalersi delle intercettazioni per
tutti i reati ma che nulla di questo possa finire sui giornali,
violando fondamentali diritti. E questa proposta, lo voglio ricordare,
fu allora sottoscritta anche dall’Italia dei Valori. Insieme al merito
delle questioni, abbiamo indicato una metodologia innovativa: le
riforme della giustizia non si fanno contro i magistrati, come vorrebbe
il governo, o contro gli avvocati. Si fanno ascoltando, si fanno con un
confronto di merito, basato non su dei pregiudiziali sì o no, ma su
soluzioni concrete. Se si riuniscono le parti sociali per discutere
delle pensioni, non si vede perché non debbano essere coinvolti i
protagonisti di un settore fondamentale come la giustizia quando è
della sua riforma che si deve decidere. Un tavolo che duri sessanta
giorni, al termine del quale il governo decida, ma dopo aver lavorato
insieme al mondo della giustizia e se lo riterrà anche con
l’opposizione. E’ la nostra proposta, che si muove nel solco tracciato
dal Presidente Napolitano che noi vogliamo seguire: distinzione tra
governo e opposizione nel confronto politico, e ricerca della possibile
convergenza sui grandi temi di interesse nazionale.
Un partito affidabile.
Un partito affidabile è un’organizzazione abitata e guidata da persone
credibili, che ispirano fiducia: per la loro trasparenza e onestà, per
la sobrietà del loro stile di vita, per la loro competenza, per il loro
impegno appassionato.
La credibilità morale di un partito è un bene
inestimabile, che è facilissimo perdere e faticosissimo riconquistare.
Dar vita ad un partito nuovo non è facile, non è mai stato facile,
tanto meno quando si tratta di unire forze diverse. Ma oggi siamo ad un
passaggio critico, che può essere decisivo per il Partito Democratico.
L’urgenza
immediata, in questo momento, è quella di recuperare fiducia, la
fiducia dei nostri elettori nei riguardi del Partito Democratico.
Cominciamo
con l’applicare con ferma intransigenza il nostro Codice etico, che
prevede un robusto elenco di incompatibilità, di conflitti d’interesse,
di garanzie, che possono anche essere rafforzate, prevedendo ad esempio
la non candidabilità di persone che, a giudizio di una magistratura
interna, abbiano compiuto atti che pur non essendo penalmente
rilevanti, recano pregiudizio alla credibilità morale del partito.
Un’altra
buona regola è quella del ricambio dei gruppi dirigenti, che deve
essere frequente e continuo. Oggi è una vera e propria urgenza. Se
vogliamo consolidare il PD, dobbiamo lavorare in modo impegnato, corale
e convinto, per creare le condizioni per un forte avvicendamento con
una nuova generazione di dirigenti.
Roberto Saviano farà parte della scuola di formazione del PD.Ho
chiesto a Giorgio Tonini e ad Annamaria Parente di organizzare una
scuola di formazione nel Mezzogiorno, per una nuova leva di
amministratori, per i giovani, che abbia al centro i temi della
legalità. E ho chiesto a Roberto Saviano, che ha accettato, di prendere
parte a questo nostro progetto. Sono segni di speranza, che dobbiamo
incoraggiare. E dai quali dobbiamo attingere energie.
Il
malcostume e la degenerazione politica sono stati alimentati in questi
anni più per la debolezza dei partiti che per la loro forza. Un Partito
democratico forte, perché radicato, aperto, unito è la via maestra per
far prevalere la buona politica.
Obiettivi da raggiungere.Un
partito forte è un organismo vivo, profondamente radicato nel
territorio, capace di rappresentarne gli interessi e di viverne i
valori. Un partito che sta dove vive la gente: negli ambienti di vita,
di studio, di lavoro, come nel mondo virtuale della rete, oggi
diventato abitazione principale delle giovani generazioni.
E’ questo
l’obiettivo che non siamo ancora riusciti a raggiungere. Lo sento come
un limite del mio e del nostro lavoro, da superare insieme. Alle
insufficienze dei partiti preesistenti non siamo ancora riusciti a
sostituire un modello compiuto e convincente. Deve essere considerata
una priorità del nostro impegno comune.
Un partito di circoli, fatti
di persone in carne e ossa, che si incontrano per aiutarsi a capire la
realtà in cui sono immersi, da quella globale a quella locale, e per
lavorare insieme a cambiarla, a migliorarla, a riformarla.
I circoli
devono diventare il lievito democratico e civile dei territori: un
fermento che fa crescere intorno a sé una moderna cultura della
cittadinanza, della responsabilità e della partecipazione civile,
dell’impegno per i diritti e per l’uguaglianza sociale. E i segretari
di circolo hanno una funzione essenziale, che va riconosciuta e
promossa: sono gli animatori della democrazia di base, una risorsa
straordinaria di presenza, di promozione del partito, di coltivazione
civile della società.
Dobbiamo dedicare più impegno, più risorse,
più attenzione alla promozione dei circoli, se vogliamo che il Partito
Democratico cresca, si rafforzi, si radichi nel Paese.
Voglio dirlo
con forza: è il territorio la frontiera sulla quale si costruirà il
nuovo PD. Penso che dal territorio, dai segretari regionali e dai
sindaci, possa venire un utile apporto permanente alle decisioni che il
gruppo dirigente nazionale dovrà prendere. Si tratta di aprire una fase
nuova e darsi strumenti di direzione all’altezza dei problemi che
dobbiamo affrontare.
Un partito affidabile è un’organizzazione forte
e unita, in grado di prendere decisioni impegnative per tutti coloro
che ne fanno parte, a cominciare dai dirigenti; di darsi una linea
chiara e di portarla avanti con unità d’intenti, spirito di squadra,
solidarietà, quando necessario anche rinunciando a quelle quotidiane
differenziazioni che piacciono ai giornali e dispiacciono alla nostra
gente.
Statuto e primarie.Per essere all’altezza
della sfida sulla democrazia che è drammaticamente aperta nel nostro
Paese, noi abbiamo deciso di costruire un partito nuovo, quale quello
delineato in modo netto e coraggioso dal nostro Statuto, che abbiamo
appena scritto e che ora dobbiamo attuare e applicare con fermezza e
decisione.
Un partito che riconosce e attribuisce alle persone,
nella loro responsabilità individuale, una vera cittadinanza
democratica, la possibilità di esercitare un potere, di partecipare
alla decisione. Un partito che riconosce ai suoi elettori un ruolo
importante nelle decisioni da prendere, in modo da ridurre al minimo il
rischio della chiusura autoreferenziale.
E ai suoi iscritti il ruolo
di ossatura portante di una presenza stabile nella società, una
presenza che si possa incontrare quotidianamente sul territorio e negli
ambienti di vita e di lavoro, una presenza che sappia farsi, a
confronto con la società, proposta aperta, da avanzare alla platea più
vasta dei nostri elettori.
Insieme, dobbiamo costruire
un’organizzazione aperta, abitabile, nella quale si possa incontrarsi,
discutere, confrontarsi, partecipare alle decisioni. Una organizzazione
nella quale gli incarichi di responsabilità siano attribuiti in modo
competitivo e restino sempre contendibili.
Il PD è oggi l’unico,
vero, grande laboratorio sperimentale di democrazia di partito
esistente in Italia. Quando si sperimenta si va incontro a limiti ed
errori e si scoprono nuovi problemi. Ma è solo così che si impara, si
migliora, si progredisce.
In queste settimane, stiamo sperimentando
la più vasta e capillare tornata di elezioni primarie per la selezione
di candidati sindaci e presidenti di provincia che si sia mai vista
nella storia d’Italia. Molte si sono rivelate quello che speravamo: una
straordinaria pagina di vita democratica. Altre hanno messo in luce
difficoltà e nodi critici, che andranno sciolti per il futuro da una
riflessione comune.
Bisognerà riflettere meglio, ad esempio, sul
rapporto tra primarie di partito e primarie di coalizione.
Sull’opportunità, probabilmente discutibile, di primarie per le
candidature in liste con le preferenze. Così come sulle primarie per le
cariche di partito. Le primarie sono uno strumento prezioso, una
scommessa irrinunciabile. Non devono diventare un’ideologia.
Soprattutto, non devono diventare l’occupazione principale, se non
esclusiva, del partito. Sarebbe tragico se il PD si riducesse ad un
luogo nel quale si discute solo di regole di vita interna.
Il Paese
ci chiede di sperimentare democrazia, non di trasformarci in una
macchina di produzione di procedure interne. Un partito a vocazione
maggioritaria, un partito che voglia cambiare i rapporti di forza nella
società, deve essere un partito utile alle persone, non solo a se
stesso.
Siamo all’inizio di un percorso che vogliamo diventi costume democratico del Paese. Possiamo perdonarci qualche errore.
Un pdl populista.Attorno
a noi nessuno sbaglia, perché nessuno sperimenta democrazia. E il
paradosso è che i media spesso si accaniscono sui nostri limiti, mentre
nessuno parla dell’assoluta mancanza di democrazia negli altri partiti.
A
noi si rimprovera di fare primarie finte, quando c’è una leadership
naturale. O al contrario di mettere in scena primarie-rissa, quando il
risultato è aperto. Sarebbe già un piccolo passo avanti, se ci
criticassero da un solo angolo visuale. Sarebbe un grande passo avanti,
se qualcuno aprisse almeno un occhio sulla totale mancanza di
democrazia di partito attorno a noi.
Il nostro principale
avversario, il “Popolo della libertà”, come dice il nome stesso, è una
formazione politica tipicamente “populista”: l’unica democrazia che
conosce è quella dell’applauso al leader. Un applauso ha accolto
l’annuncio, a San Babila, dal predellino di un auto, che nasceva il
Pdl. Un applauso ha segnato lo scioglimento di Forza Italia: una
formazione politica che in quattordici anni di vita non ha mai tenuto
un vero Congresso, non ha mai votato i suoi dirigenti.
D’altra
parte, qualcuno ha mai visto la Lega, o l’Italia dei Valori, fare un
vero Congresso? O designare i suoi candidati con le primarie? Il
modello populista è la regola della politica italiana, noi siamo la
sola eccezione. Berlusconi ha definito il Pdl un baluardo della
democrazia. Ma come può difendere, promuovere la democrazia un partito
che non la pratica, non la vive al suo interno?
Non è un caso se
un giorno si e un giorno no gli scappa detto qualcosa che poi deve
correggere, smussare, smentire, ma che in effetti tradisce il suo vero
pensiero: come sarebbe bello se la Repubblica funzionasse come il Pdl,
un uomo solo al comando, nelle sue mani tutti i poteri e tutto il
potere – politico, economico, mediatico – niente contropoteri, niente
parlamenti con le loro lentezze, niente opposizioni con le loro
critiche depressive, niente magistrature indipendenti, niente libera
stampa e giornalisti scomodi.
E’ proprio la cupa potenza del
populismo, di ogni populismo, di maggioranza e di opposizione, a
definire la grandezza della sfida che abbiamo posto a noi stessi:
scommettere sulla forza della democrazia, sulla chance del riformismo,
sulla sua capacità di prevalere, anche in questo nostro Paese.
Già
le sento le dichiarazioni indignate di qualche esponente della destra.
Tra qualche minuto ci risponderanno che non è vero, che il nostro è il
solito antiberlusconismo ideologico. Rispondano, se credono, anche alla
sfida che da qui vogliamo lanciare ai nostri avversari.
Finanziamento pubblico soli ai partiti che attuano l’art.49 della Costituzione.E'
tempo che si fissino per legge gli architravi della democrazia di
partito, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione: statuti,
bilanci, scadenze e modalità dei congressi, codici etici, primarie o
altre procedure per la selezione dei candidati. E queste norme
diventino condizione almeno per l’accesso al finanziamento pubblico.
Noi siamo pronti a fare insieme questa riforma decisiva per la
democrazia italiana.
Il partito che siamo e vogliamo essere.
E'un partito pluralista, fondato sul confronto delle idee e ricco di
fondazioni, associazioni, centri di ricerca. Non dobbiamo, non vogliamo
diventare invece un partito a canne d’organo, con catene di comando
verticalizzate e correnti cristallizzate.
Non esistono in democrazia
grandi partiti che non siano pluralisti, sul piano politico e
culturale. Ma il confine tra pluralismo, che è un valore di libertà, e
degenerazione correntizia, che è invece una malattia mortale, va
presidiato con grande attenzione.
Vorrei che tutti lavorassimo per
evitare, contrastare, limitare i rischi insiti nel correntismo: il
prolungamento, nel nuovo partito, delle appartenenze e identità del
passato, saltando l’esigenza e l’opportunità di mescolare le storie e
di dar vita a nuove sintesi culturali e politiche; la riduzione del
partito ad una federazione leggera di correnti rigide, strutturate
organizzativamente; la riduzione della democrazia interna ad una
spartizione correntizia, con la logica conseguenza che la solidarietà
verticale con la corrente diventa l’unica via di partecipazione e di
affermazione nella vita del partito.
Pieni poteri.Dopo
averne discusso con il Coordinamento e con i segretari regionali,
chiedo che in questa fase particolare venga attribuito al Segretario il
potere previsto dallo Statuto di intervenire in situazioni nelle quali
sia necessario introdurre, anche attraverso commissariamenti, le
indispensabili innovazioni.
I prossimi mesi e il prossimo Congresso,
che svolgeremo dopo le elezioni, saranno l’occasione per l’affermazione
definitiva di una nuova generazione di dirigenti alla guida del
partito. Dobbiamo far emergere le forze migliori, più coraggiose e
innovative. Forze che abbiano dentro di sé l’identità democratica già
compiuta.
Il dovere di non deludereDinanzi alla
società nuova, più ricca, colta, emancipata, adulta, la società che è
comparsa sulla scena nel ’68 e nel ‘69, i partiti storici, da elementi
propulsori di sviluppo e di progresso, hanno cominciato a diventare e
ad apparire “intercapedini” tra le istituzioni e i cittadini.
Fu
Aldo Moro il primo ad accorgersene, proprio nel ’68, quaranta anni fa,
dieci prima della sua tragica e barbara uccisione: “Tempi nuovi
s’annunciano”, aveva detto in un celebre discorso al suo partito. Tempi
nei quali dovremo avere il coraggio di cambiare noi stessi, se vorremo
essere ancora all’altezza del nostro compito.
Ma i partiti
italiani non furono in grado di cambiare se stessi, prigionieri
com’erano di una contraddizione troppo grande, tra le ideologie che li
dividevano, ricalcate sullo schema della guerra fredda, e i nuovi
termini della questione italiana, che li avrebbe dovuti scomporre e
ricomporre, lungo nuove frontiere. I partiti della Prima Repubblica
entrarono così in una crisi irreversibile. Alcuni distruggendosi nel
dilagare del malaffare, alla disperata ricerca di puntelli di potere,
dopo che avevano avvertito come perduta la loro legittimazione storica.
Altri estenuandosi in una infinita e sempre troppo lenta transizione.
Dalla
crisi dei vecchi partiti, dal 1992 in poi, il centrosinistra non ha mai
più davvero tentato la costruzione di soggetti politici veramente
nuovi. Da allora, ci siamo affidati prima al riformismo istituzionale,
per ridefinire modi e forme della rappresentanza politica.
Poi ci
siamo affidati all’azione di governo, nazionale ma anche locale, per
interpretare e cambiare gli orientamenti della società. Una sorta di
“riformismo dall’alto”, come lo abbiamo definito autocriticamente,
fragile perché non supportato da un consenso vasto, preparato negli
anni dell’opposizione, spesi invece prevalentemente nella costruzione
di larghe alleanze “contro” gli avversari.
Nel frattempo sono nati
e hanno dignitosamente vissuto soggetti politici sostanzialmente
tradizionali, buoni ad accompagnare il lavoro istituzionale, ma che
tutti insieme abbiamo giudicato insufficienti, inadeguati al compito di
suscitare una nuova fase di riformismo e di democrazia.
Oggi la
sfida è quella di riprendere un percorso innovativo, da decenni
interrotto. E non abbiamo molto tempo. Dando vita al Partito
Democratico, abbiamo alimentato grandi aspettative, abbiamo suscitato
una speranza nuova. Ora, abbiamo il dovere di non deludere